Medicina. L’intelligenza artificiale è il futuro, purchè l’uomo rimanga al centro delle azioni

ROMA - "La tecnologia può contribuire a migliorare la medicina, la salute e la scoperta di nuovi farmaci.


Ma è importante che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale sia seguito molto da vicino, in modo da evitare che le macchine imparino prima di noi e che, quindi, non riusciamo a orientarle per il bene dell'uomo e del futuro dell'umanità". Ne è convinto Giuseppe Remuzzi, nefrologo dell'Istituto Mario Negri, tra i promotori del convegno 'Il futuro dell'umanità visto dalla prospettiva della scienza medica', che ha riunito scienziati e ricercatori provenienti da tutto il mondo al Nobile collegio chimico farmaceutico di Roma. 

Al centro dell'incontro, promosso con il contributo della Fondazione Menarini, la riflessione su come la medicina moderna e l'intelligenza artificiale possano aiutare l'umanità, in un secolo che ci pone davanti a diverse sfide: la lotta contro la povertà, la difesa dell'ambiente dai cambiamenti climatici e dall'inquinamento, le migrazioni, le discriminazioni di genere e la disabilità. Il tutto complicato dalla globalizzazione, che viene vista come una minaccia, complicata da guerre, violenza, paura e intolleranza che indeboliscono lo spirito di collaborazione dei popoli. "I computer possono elaborare una quantità enorme di dati e renderci persino difficile capire quello che succede - osserva Remuzzi- Quindi dobbiamo fare in modo che le macchine aiutino l'uomo piuttosto che diventare un problema". E lo stesso vale per "il riscaldamento globale e l'inquinamento, che tra pochi anni potranno diventare problemi molto grandi. Anche in questi casi l'intelligenza artificiale può aiutare ma alla condizione di evitare che sfugga al controllo".